HOME - PERSONAGGI - VIDEO - FILM - IMMAGINI - TV - GIOCHI - STAMPA - SHOP - - Dibujos animados - Articles personnages de les dessins animés - Spielzeug Comic-Figuren
La storia dei cartoni animati

La lanterna magica e altre invenzioni
Quando guardiamo un cartone animato o un film di animazione non ci rendiamo conto di quanto questo genere di pellicole che, apparentemente, potrebbero apparire di recente invenzione, abbiano invece un’origine lontana. I primi esempi di cartoni animati sono infatti molto più antichi di quelli del cinema tradizionale e risalgono addirittura alla fine del 1600. I primi esperimenti ottici che preparavano alla nascita dei cinema di animazione, risalgono al 1675 quando il gesuita e filosofo tedesco Athanasius Kircher, secondo la tradizione comune, inventò la “lanterna magica”, il primo esempio di proiettore di immagini fisse. Grazie alla sua invenzione era possibile proiettare su vetri trasparenti pitture e disegni ingranditi utilizzando una fonte di luce come lanterne a petrolio o semplici candele. La “lanterna magica” conquistò tutti e si diffuse in tutto il mondo nel giro di pochissimo tempo, da allora furono inventati moltissimi strumenti che porteranno alla nascita ufficiale del cinema di animazione nel 1892, con quello che è considerato il primo “animatore” della storia: Émile Reynaud con il “teatro ottico”.

Prima di arrivare a questo, però, ci sono state altre invenzioni. La prima risale al 1824 e si chiamava taumatropio che era fatto da un cartone con un disegno su entrambe le facce che, se fatto girare velocemente, dava l’impressione del movimento delle figure come nei cartoni animati, dovuto alla sovrapposizione dei disegni.

Nel 1831, fu inventato il fenachistiscopio che, in realtà, era il risultato dell’unione di 2 prototipi: il fantascopio di Joseph Plateau e lo stroboscopio di Simon von Stampler. Il fenachistiscopio era costituito da 2 dischi uniti, su un lato c’era disegnato un circolo di figure simili, mentre sull’altro c’erano delle fessure, bastava ruotarlo di fronte ad uno specchio con l’aiuto di un bastone, per vedere una piccola sequenza a cartoni animati.

La strada, però, è ancora lunga anche se nel 1834 si fa un significativo passo avanti con l’invenzione dello zootropio ad opera di William Horner, si tratta di una macchina a forma di cilindro al cui interno c’era una striscia di carta con dei disegni di piccole dimensioni. Il cilindro aveva delle piccole fessure ognuna delle quali corrisponde ad uno dei disegni e, così, guardando nelle fessure e girando il cilindro, era possibile osservare una breve scena animata. L’invenzione di Horner presentava alcuni difetti, perché le immagini apparivano più sottili di come erano in realtà, pertanto si dovette aspettare l’invenzione di Émile Reynaud del prassinoscopio (1877) per risolvere questo inconveniente.

Il teatro ottico di Émile Reynaud
L’invenzione di Reynaud aveva all’interno un prisma di specchi posizionati in diverse angolazioni che, sostituendo le fessure, riflettevano le immagini e permettevano una visione più chiara.
Prima del prassinoscopio, però, nel 1868 fu inventato il cineografo, una specie di piccolo libro con tutte le pagine disegnate e bastava sfogliarlo molto velocemente per vedere una sequenza animata. Nel 1892, finalmente, si arrivò al teatro ottico di Reynaud che, dopo tanti esperimenti, migliorò la sua ultima invenzione aggiungendo delle strisce disegnate più lunghe e un proiettore per pareti. In realtà questo dispositivo fu inventato 3 anni prima ma il geniale Reynaud lo mostrò per la prima volta nel 1892 a Parigi dove ci fu uno spettacolo di immagini in movimento. Questo accade 3 anni prima delle proiezioni dei Lumière, facendo di Reynaud il precursore del cinema di animazione.

L'invenzione del cinematografo
Quelli che, però, sono considerati i veri inventori del cinematografo sono i fratelli francesi, imprenditori di professione ma aspiranti registi per passione. Auguste e Louis Lumière nel 1894 brevettarono il primo proiettore cinematografico, che faceva contemporaneamente da camera e da proiettore mettendo in ombra le invenzioni di tutti i loro predecessori. La macchina non funzionava più con strisce di carta disegnate, ma con una pellicola fotografica vera e propria. L’anno successivo, nel marzo del 1895, veniva girato il primo film documentario realizzato con questa macchina e si intitolava “La sortie des usines Lumière”; mentre il primo spettacolo con pubblico pagante si svolse a Parigi nel dicembre successivo. Girarono diverse città con la loro invenzione e le loro proiezioni: da “Le Repas de bébé” a “L'arrivée d'un train en gare de la Ciotat, passando al primo esempio di “film comico” con la farsa “L'arroseur arrosé”. Viaggiarono da Londra a New York influenzando notevolmente e rapidamente la cultura e la società del tempo e conquistando tutti.

Gli effetti speciali di Georges Jean Méliès
Il cinema d’animazione, ha però 3 padri, infatti oltre ai fratelli Lumiere, diede un grande contributo un altro francese: Georges Jean Méliès. Il regista ed illusionista può essere considerato come il primo inventore degli effetti speciali e anche di molte innovazioni narrative e tecniche, come il montaggio che, secondo la sua biografia (forse un po’ troppo romanzata) scoprì per caso. Le creazioni artistiche di Méliès si differenziavano dalle precedenti, perché raccontavano attraverso il mezzo visibile e realistico della fotografica in movimento, realtà e mondi fantastici che prima di allora erano stati raccontati soltanto nella letteratura. Il suo obiettivo principale non era tanto raccontare storie con una trama di fondo, ma era sbalordire il pubblico con la realizzazione di effetti speciali, che raccontavano storie incredibili ed impossibili. Nel giro di una ventina di anni girò moltissimi film di questo genere, il più noto è sicuramente "Le Voyage dans la Lune”, del 1902, che, come altre sue pellicole, è considerato l’antenato dei film di fantascienza; mentre “Le manoir du diable” del 1896 sembra aver dato vita al genere horror. Fino alla vigilia della prima guerra mondiale, il successo del regista francese fu enorme tanto da influenzare tutti gli altri.

Il primo cartone animato di Emile Cohl
Per il primo vero cartone animato moderno della storia, invece, dobbiamo aspettare il 1908 quando il francese Emile Cohl diede vita al personaggio di Fantôche, piccolo clown protagonista di “Fantasmagorie”. Questo primo esempio di cartone animato completo aveva una durata breve, solo un paio di minuti, ma il lavoro che aveva richiesto era stato lungo ed elaborato: circa 3 mesi di lavorazione. Era composto da 700 disegni realizzati su foglio bianco con inchiostro nero che vennero sviluppati in negativo per creare l’effetto lavagna, secondo una tecnica che era già stata usata 2 anni prima. Cohl, però, non ha mai depositato il brevetto della sua invenzione, ma ha sempre lavorato da solo e questo, naturalmente, ha fatto sì che fosse superato dalla tecnologia americana che si ispirò alle sua creazioni durante il suo soggiorno in quel Paese. Nonostante la sua importante invenzione, morì in miseria e senza i dovuti riconoscimenti, anche se negli ultimi anni è stato ricordato più volte: nel 1988, anno del 50° anniversario della morte, con una mostra in suo onore a Montreal; e in alcune occasioni al Festival del cinema di animazione di Annecy. Emile Cohl in totale realizzò 300 film.

Il gatto Felix di Pat Sullivan
Ovviamente la storia del cartone animato e del cinema di animazione, come possiamo immaginare, non si sviluppa soltanto in Europa ma anche oltreoceano, anche grazie ai periodi che i “nuovi registi” europei trascorsero in America. E quando si parla di Stati Uniti e cartoni animati il nome e che viene subito in mente è quello di Walt Disney ma, in realtà, ci furono prima anche altri personaggi che diedero un importante contributo a questo mondo magico. Nella produzione americana si devono ricordare 2 importanti protagonisti e le loro opere (anni ’20): Pat Sullivan con la serie "Felix the Cat” e i fratelli Max e Dave Fleischer con le serie “Popeye the Sailor”, "Betty Boop", “Ko-Ko”.
Caratteristica delle produzioni di questi registi era la mancanza del sonoro. Pat Sullivan ebbe una vita ed una carriera abbastanza travagliate, non si fece mancare niente: una controversia per l’attribuzione del cartone animato “Felix the Cat”, 9 mesi di carcere e per finire, la morte a soli 46 anni per polmonite ed alcolismo. Dall’Australia arrivò giovanissimo in America e si mise a lavorare come assistente di un altro animatore. Dopo alcune esperienze creative (realizzò due strisce a fumetti "Willing Waldo” e ”Old Pop Perkins”) e lavorative in altri studi, nel 1916 aprì uno studio suo e creò un cartone animato, intitolato “Sammy Johnsin”, a cui aveva già cominciato a lavorare anni prima.
Nel 1919, finalmente, arrivò la serie animata “Felix the Cat” che raccontava le vicende surreali e divertenti di un gattino nero alle prese con tutto quello che può capitare nella vita di tutti i giorni. Il gatto comparve in "Feline Follies” che diede inizio alla serie di Felix e il successo di pubblico fu enorme, sia grazie alla storia ma anche grazie alla qualità tecnica impiegata e Felix divenne una vera stella del mondo dei cartoni animati negli anni del cinema muto. Anche il pubblico italiano lo conobbe grazie al “Corriere dei piccoli” che pubblicava le sue avventure dandogli, però, il nome di Mio Mao.
Se da un lato Sullivan non dovette preoccuparsi perché la sua creazione era vincente, dall’altro ebbe diversi problemi poiché l’animatore della serie, Otto Messmer, dopo la sua morte rivendicò la paternità del gatto. Ci fu anche un ricorso e ancora oggi non si è potuta stabilire la verità, infatti alcuni sostengono che il film di Sullivan del 1917, dal titolo “The Tail of Thomas Kat”, sarebbe un prototipo di Felix e questo avvalora la tesi che sia lui il vero padre, come del resto si è dimostrato che la grafia in "Feline Follies” era sua e non di Messmer. Se c’è ancora qualche dubbio su chi abbia realmente inventato la serie non ci sono dubbi su chi, invece, ne abbia causato il declino, sicuramente il cartoonista australiano quando, alla fine degli anni ’20 e con il successo di Mickey Mouse sempre più crescente, si rifiutò di aggiungere il sonoro interrompendo, addirittura, la serie. Forse pentitosi, nel 1930, annunciò che avrebbe convertito al sonoro il suo personaggio entro 3 anni ma era già troppo tardi e Felix era stato dimenticato dal pubblico.

Braccio di ferro e Betty Boop di Max Fleisher
Una vita più tranquilla ebbe, invece, Max Fleisher che, insieme ai fratello Dave, nel 1914, inventò la tecnica del rotoscopio. L’invenzione fu brevettata soltanto l’anno successivo e garantiva una resa dell’aspetto dei personaggi e dell’effetto del movimento superiore. Le immagini del cartone animato venivano prima fotografate e successivamente proiettate su un pannello trasparente, a questo punto i fotogrammi venivano ricalcati dando una visione stile fumetto ma fortemente realistica. Con questa tecnica i 2 fratelli, di origine polacca, ma arrivati negli Stati Uniti d’America giovanissimi, animarono moltissimi personaggi che divennero popolarissimi e che lo sono ancora oggi, come Betty Boop e Braccio di Ferro (1930-1933). La serie in cui venne usato prevalentemente il rotoscopio con risultati stupefacenti per quel periodo fu “Out of the Inkwell”, prodotta dal 1918 al 1929. Il cartone animato usava la cosiddetta “tecnica mista”, quella tecnica secondo cui attori reali e personaggi animati potevano interagire e “recitare” insieme.

Nel caso della serie prodotta da Max Fleisher il protagonista principale è Koko il Clown, che usciva da un calamaio oppure prendeva vita dopo essere stato disegnato sul foglio di carta ed interagiva non soltanto con il suo disegnatore, ma anche con oggetti e animali. L’origine di Koko il Clown è abbastanza particolare perché il prototipo usato per realizzarlo fu Dave Fleischer, che il fratello aveva fotografato vestito da clown proprio per provare la sua invenzione. Il cartone animato ebbe un grandissimo successo e subì diversi cambiamenti nel corso degli anni modificando spesso anche il nome del protagonista (all'inizio fu chiamato "The Clown" poi Fleischer's Clown" e nel 1923 Ko-Ko e prese il suo aspetto definitivo) fino ad arrivare al 1924 quando il suo inventore introdusse una nuova serie ma, soprattutto, l’utilizzo del sonoro.

Se “Out of the Inkwel“ ebbe un grande successo tra il pubblico americano, i veri capolavori dei fratelli Fleischer furono dei personaggi “umani”: la seducente Betty Boop, ideata nel 1930, ed il forzuto Popeye (Braccio di Ferro) che fece le sua prima apparizione 3 anni dopo, nel 1933 in un corto di Betty Boop. Quest'ultima fu una vera novità per il pubblico con la sua carica altamente erotica anche se mischiata ed in parte stemperata da una grande auto ironia. La vita cinematografica della ragazza alla moda del periodo jazz dai cappelli corti e dagli abiti succinti durò soltanto 9 anni, dal 1930 al 1939. La sua carica seduttiva ed irriverente, ma anche il fatto che facesse pensare chiaramente ad una popolare cantante di quegli anni, Helen Kane, per la voce da bambina che aveva (tanto che nel 1932 la Kane fece causa a Fleischer per aver sfruttato la sua immagine e la sua personalità, perdendola però), non permisero la sua continuazione seguendo questo stile di rappresentazione. Così nel 1934, a causa delle proteste del pubblico conservatore e dell’applicazione di un codice di leggi che regolava la produzione cinematografica in America, Betty Boop fu costretta ad indossare abiti più castigati ed a occuparsi di faccende domestiche e di animali perdendo così, naturalmente, il suo appeal e l’interesse che suscitava, tanto che nel 1939 ne fu interrotta la serie.

Il successo commercialmente più significativo per Max Fleischer venne, però, dai diritti d'autore sul personaggio di Braccio di Ferro, successo che fu grandissimo e repentino tanto da fare subito concorrenza allo stesso Mickey Mouse. Il personaggio del marinaio che mangia spinaci nacque dalla matita del fumettista Elzie Crisler Segar ed era un semplice personaggio della serie chiamata originariamente “The Thimble Theatre”, ma piacque a tal punto che ne diventò immediatamente il protagonista assoluto. Ed il successo di Braccio di Ferro fu ovviamente anche il successo di Fleischer che non si fermò comunque ma traspose il fumetto di Superman in cartoni animati e, nonostante gli alti costi, anche qua ebbe grandi soddisfazioni. Qualche scelta lavorativa sbagliata, come il poco successo del film “I viaggi di Gulliver”, lo scoppio della seconda guerra mondiale e i dissidi con il fratello gli fecero perdere, però, il controllo degli studios che aveva creato e dalla casa di produzione Paramount passò alla Columbia. Dopo altre esperienze, come la partecipazione nella produzione di pellicole didattiche per l’esercito e la marina degli Stati Uniti e la supervisione di 2 film, Max nel 1958, in società con il suo ex animatore Hal Seeger, produsse 100 nuovi episodi di “Out of the Inkwell” a colori e destinati alla TV. Contemporaneamente a Pat Sullivan e ai fratelli Max e Dave Fleischer operarono altri animatori e registi statunitensi che fecero serie animate anche di buona qualità.

Al Falfa di Paul Terry
Nel 1916, per esempio, il fumettista e regista Paul Terry inventò il personaggio di Al Falfa, un vecchio contadino che era il protagonista di una serie di cortometraggi muti che si intitolava “Farmer Al Falfa”. Il personaggio fu ripreso più volte da Terry che fino al 1936 fece diversi film che ne raccontavano le storie. Al Falfa, dal carattere scontroso e solitario, ebbe successo tra il pubblico americano fino all’arrivo di “Felix the Cat” di Sullivan. Sempre in quegli anni la Universal Studios, una delle più grandi case di produzione cinematografica in America, produsse 2 serie animate che conquistarono gli spettatori. A partire dal 1940 produsse un cartone animato di grande successo: “Picchiarello" (“Woody Woodpecker”) e “Oswald il coniglio fortunato” (“Oswald the Lucky Rabbit”). Le storie di questo simpatico picchio, il più grande successo del disegnatore italoamericano Walter Lantz, tanto da ottenere 2 nominations agli Oscar, la prima nel 1944 come autore del miglior corto di animazione e la seconda nel 1949 per la miglior canzone, continuarono fino al 1972 con quasi 200 episodi.

I primi cartoni animati di Walt Disney e Ub Iwerks
Precedentemente nel settembre del 1927 sempre la Universal aveva prodotto “Oswald il coniglio fortunato” (“Oswald the Lucky Rabbit”), personaggio dei cartoni animati creato da Walt Disney e Ub Iwerks. Il coniglio con le sue avventure fu prodotto fino al 1943 mentre i fumetti fino agli ’60. La coppia Walt Disney e Ub Iwerks fu molto importante per la storia del cinema di animazione, non lavoravano soltanto insieme ma erano grandi amici e questa amicizia andò avanti per tutta la vita, interrotta soltanto per qualche anno in cui, a causa di dissapori, Iwerks lasciò gli studi dell’amico per metterne su uno tutto suo, l'’“Iwerks Studio”. Questo avvenne nel 1930 quando già, insieme a Walt, aveva creato il Topolino più famoso del mondo e tanti altri personaggi del primo periodo di produzione della Disney. Solo 6 anni dopo, però, l’“Iwerks Studio” dovette chiudere perché la Disney e i personaggi dei Fleischer Studios, ebbero la meglio sulle produzioni di Ub. ll talento di Iwerks nel disegnare i personaggi, probabilmente, non era bastato a decretarne il successo, senza l’appoggio della mente creativa ed imprenditoriale di Walt. Così nel 1940 tornarono a lavorare insieme e Ub negli anni ‘60 ricevette 2 Oscar per le sue innovative invenzioni nel settore dell'animazione (1960 e 1965) e una nomination per i migliori effetti speciali per il film “Gli uccelli” di Hitchcock (1964). La sua creazione di maggiore successo quando lavorò da solo fu “Flip the Frog” (“Flip la rana”), serie di cartoni animati il cui protagonista somigliava ad altri personaggi ai quali Iwerks aveva già lavorato, come Topolino e Oswald, e che venne distribuita da MGM dal 1930 al 1933.

I cartoni animati della MGM (Metro-Goldwyn-Mayer)
La MGM (Metro-Goldwyn-Mayer), storica compagnia privata di cineproduzione americana, si occupò della distribuzione di tantissime serie animate, forse la più famosa in tutto il mondo è quella di “Tom & Jerry”. Le avventure del gatto e del topo, nate dalla fervida fantasia di 2 bravissimi animatori, William Hanna e Joseph Barbera, debuttarono nel 1940 e continuarono per più di 20 anni raccontando le storie esilaranti di questa rivalità tra il gatto Tom ed il topo Jerry e divertendo generazioni di bambini ma anche moltissimi adulti. Anche il regista ed animatore statunitense Tex Avery lavorò per gli studi della Metro-Goldwyn-Mayer ed inventò il personaggio di “Screwball "Screwy" Squirrel” (“Lo scoiattolo Picchiatello”) che apparve in una serie di cortometraggi tra il 1944 e il 1946. Lo stile di animazione di Tex Avery era molto diverso da quello di Walt Disney, infatti il suo stile di regia, che ispirò molte case di produzione statunitensi tra gli anni ’40 e ‘50, non si atteneva al realismo come quello di Dìsney ma Ted sì divertiva a creare situazioni e scene che nei film veri era impossibile realizzare. Tra gli altri personaggi inventati da Avery ci sono “Daffy Duck” e “Bugs Bunny”, protagonisti di serie di cartoni animati di grande successo distribuiti dalla Warner Brothers. Personaggi che hanno fatto il giro del mondo e le cui storie sono conosciute da tutti. Ed inoltre, negli anni ‘40, il personaggio del segugio, apparentemente, poco sveglio ma che, in realtà, ha un’intelligenza molto sviluppata e raffinata, chiamato Droopy. Droopy ebbe grande successo per tutti gli anni ‘50 e poi fu comprato e rilanciato dalla coppia di autori Hanna e Barbera.

I cartoni animati della U.P.A.
Questi, però, non sono gli unici cartoonisti americani che hanno lavorato in questo periodo di grande fermento del cinema di animazione, sicuramente sono i più noti e le loro creazioni le più popolari, ma ce ne sono tanti altri che hanno dato il loro contributo inventando personaggi che ancora conosciamo. Stiamo parlando di tutti gli animatori ed i tecnici che, lasciando la Disney a seguito di uno sciopero, fondarono negli anni ‘40 lo studio di animazione United Productions of America, meglio conosciuto come UPA. I cortometraggi di animazione più conosciuti, tra i tanti prodotti, sono “Mr. Magoo”, lo scontroso personaggio miope, e Dìck Tracy, il poliziotto incorruttibile della Chicago degli anni ’30. Il primo fu la creazione della United Productions of America che ebbe maggiore successo. Mr. Magoo fu creato nel 1949 da John Hubley e in totale furono realizzati 53 cortometraggi tra il 1949 e il 1959. Il secondo, invece, fece la sua prima apparizione nell’ottobre del 1931 e fu disegnato dal fumettista Chester Gold, divenendo subito un esempio a cui attinsero tutti gli altri crime comics. Lo stile di animazione della UPA era lontanissimo da quello di Disney, che, come tanti altri studios di quegli anni, cercava il più possibile di ricreare il realismo cinematografico nei film d'animazione. Loro, invece, usavano sfondi molto meno realistici e figure piatte e bidimensionali. Le tecniche e le innovazioni di questi artisti furono usate da tantissime altre case di produzione e, soprattutto, da tanti registi indipendenti e la tecnica di animazione limitata fu molto utilizzata negli anni ’60 e ’70. L’United Productions of America chiuse i battenti definitivamente nel 1964 e vendette la sua biblioteca di cartoni animati anche se mantenne le licenze e i copyrights su alcuni personaggi come il simpatico Mr. Magoo. I suoi personaggi e le sue serie di cartoni animati sono stati ripresi da diversi studios, come la Columbia Pictures per cui già prima aveva prodotto molti cortometraggi di animazione.

I primi cartoni animati in Italia
Intanto dal nostro Paese arriva il primo lungometraggio d’animazione europea, anche se precedentemente nel 1926 era uscito un altro film considerato il primo in assoluto, “Le avventure del principe Achmed “ di Lotte Reiniger, regista ed animatrice tedesca. La pellicola italiana invece uscì nel 1949 e si intitolava “La rosa di Bagdad”, diretta e prodotta da Anton Gino Domeneghini ed, in realtà, anche in Italia il film si contende questo primato con un altro uscito lo stesso anno, “I fratelli Dinamite” prodotto da Nino Pagot. “La rosa di Bagdad” fu il primo film italiano in Technicolor, durava 76 minuti e raccontava la storia dell’amore contrastato tra Zelia, la figlia del sultano, e il giovane flautista di corte, Amin. Amore ostacolato dal perfido e ambizioso visir Jafar che vuole a tutti i costi sposare la figlia del sultano per impadronirsi del regno e per questo cerca di eliminare il suo rivale. Come ogni storia d’amore che si rispetti però i buoni sentimenti hanno la meglio e grazie alla magia c’è il lieto fine e Zelia ed Amin si potranno unire in matrimonio. Nonostante la vicenda finisca bene e la storia abbia l’happy end “La rosa di Bagdad” non ebbe molto successo all’epoca e fu più apprezzato fuori dai confini italiani. Successivamente fu comunque rivalutato e restaurato con grande cura.

I primi cartoni animati in Francia
Come abbiamo visto precedentemente la Francia è stata la terra di origine e nella quale hanno lavorato diversi animatori già dai primi anni del ‘900 come Emile Cohl e il suo personaggio Fantôche. E proprio grazie all’incontro con Cohl comincia a svilupparsi il genio creativo di un’altra personalità importante, considerata il pioniere del cartone animato francese, Robert Lortac, che nel 1919 aprì la sua casa di produzione. Era un personaggio eclettico: scrittore, pittore, critico d’arte, animatore e nel suo studio si incontravano tanti giovani con questa sua stessa passione ed abilità. Di Robert Lortac sono alcuni romanzi di fantascienza e tra gli anni ’50 e ‘60 scrisse diversi fumetti per la casa editrice Artima. Sempre in Francia operarono Ales e Jean Giaume, Benjamin Rabier, agente delle tasse con la passione per il disegno, e Omer Boucquey, l’inventore di Choupinet. Rabier lavora per diversi editori ed il suo interesse era rivolto prevalentemente a rappresentare gli animali quasi come fossero umani, caratteristiche del suo stile erano l’umorismo e il tratto del disegno preciso e pulito. Al suo album "Tintin Lutin" si ispirò Hergè per il nome del suo personaggio, il celebre Tintin. Tutta la sua produzione artistica si rivolse a rappresentare animali e ad illustrare libri per l’infanzia e nel 1923 inventò il personaggio del papero Gédéon, protagonista di una fortunata serie di avventure (da "Gédéon sportsman" a "Gédéon en Afrique" e a "Gédéon traverse l'Atlantique"). Boucquey, invece, raggiunse il successo con il personaggio di Choupinet, nato nel 1938 durante una lezione di inglese. È un bambino dal sorriso accattivante, vestito con gli stessi colori della bandiera francese e protagonista di 2 cartoni animati, diversi album e fumetti. Choupinet, dopo la seconda guerra mondiale, arrivò anche al cinema, nel 1954 venne tradotto addirittura in arabo e 3 anni dopo diventò anche un giocattolo con cui i bambini poterono giocare.

I film e i personaggi di Walt Disney
Inevitabilmente, però, quando si parla di film di animazione viene subito in mente Walt Dìsney che a 20 anni dimostrava di essere il migliore produttore di quegli anni e già nel 1922 produsse cortometraggi animati che si ispiravano a storie per bambini. L’anno successivo, insieme all’amico Ub Iwerks produsse “Alice's Wonderland” ed in questo corto sono presenti già molte delle caratteristiche della futura serie che si concluderà nel 1927 e che d ebbe un discreto successo, come la tecnica mista e i mondi creati nel sogno. Del 1927, poi, è la nuova serie di animazione “Oswald the Lucky Rabbit”, di cui però Disney perse i dritti fino al 2006. Sempre in quegli anni arrivò il personaggio, forse, simbolo Mickey Mouse, sempre creato dalla coppia Disney - Iwerks, che esordì in un cortometraggio muto che, però, non ottenne un buon riscontro e così nel 1928 venne proiettato al pubblico, avendo grande successo, “Steamboat Willie”, con protagonista sempre lui, e fu il primo cartone animato con il sonoro non registrato di Walt Disney. Grazie alla collaborazione con Carl Stalling, creatore di sonori per film muti, nacque una nuova serie intitolata "Silly Simphonies" che nel 1932 presentò un’ulteriore innovazione: un episodio realizzato interamente a colori. Disney firmò un contratto con la Technicolor per l'utilizzo del loro sistema anche per altri episodi, mentre Topolino rimase in bianco e nero per qualche altro anno. Nel 1934, invece, l’instancabile Walt ebbe l’idea di realizzare il primo lungometraggio e decise che fosse la storia di Biancaneve, ispirandosi ad un film muto che aveva visto da piccolo. Lo studio per realizzare questa nuova avventura fu tantissimo e, finalmente, a dispetto di ogni diffidenza, nel dicembre del 1937 arrivò al cinema “Biancaneve e i sette nani” ed il successo fu enorme. Non ebbero, invece, lo stesso successo, economicamente parlando, “Pinocchio” e “Fantasia”, entrambi del 1940, e “Dumbo” e “Bambi”, rispettivamente del 1941 e del 1942, mentre alla fine degli anni ’40 gli studios si ripresero economicamente e si prepararono i lungometraggi “Alice nel Paese delle Meraviglie”, “Le avventure di Peter Pan” e “Cenerentola”.

I cartoni per la TV di Hanna & Barbera
Gli appassionati di cartoni animati, poi, non possono dimenticare la prolifica coppia Hanna-Barbera che dal 1956, anno in cui fondò lo casa di produzione Hanna-Barbera Productions Inc., realizzò tantissime serie animate. William Hanna e Joseph Barbera si incontrarono per la prima volta nel 1938 alla Metro-Goldwyn-Mayer dove per tantissimi anni realizzarono la serie Tom & Jerry ma quando nel 1956 la MGM chiuse il settore dell’animazione i 2 si misero in proprio. Il periodo alla MGM, però, artisticamente rimase il loro periodo migliore, infatti la loro creazioni si distinguevano per la perfezione dal disegno, l’originalità delle storie e l’alta qualità, invece, con il passare degli anni la quantità di produzione venne sempre di più preferita alla qualità a danno delle nuove serie che divennero poco originali, sia nelle trame che nella realizzazione dei personaggi che apparivano a volte molto simili nel disegno, statici e poco definiti. Hanna-Barbera Productions Inc. produsse tantissimi cartoni per la televisione: l’Orso Yoghi, Braccobaldo, Gli Antenati solo per ricordarne qualcuno.

L'arrivo dei cartoni giapponesi
Infine, un capitolo a parte merita il Giappone con i suoi manga e anime. Per manga i nipponici intendono ogni tipo di fumetto di qualsiasi genere e che racconti una storia completa dove il protagonista ha un suo sviluppo. Il manga predilige il movimento al dialogo tra i personaggi e, così, c’è un impatto visivo più forte rispetto ai cartoni occidentali ed, inoltre, i personaggi sono molto simili come aspetto fisico (occhi grandi, tanti capelli, etc.) e le figure sono molto stilizzate, mentre i fondali sono sempre ricchissimi di dettagli. Tra i tanti manga realizzati citiamo “Astro Boy", opera di Osamu Tezuka, mangaka così famoso da essere definito il "dio del manga". Fu pubblicato in Giappone dal 1952 al 1968, diviso in 23 volumi, raccontava le vicende di Atom (Astro Boy è il nome occidentale), il bambino robot dai sentimenti umani creato dal Dott. Temma dopo la morte del figlio. Atom ha una vita come tutti i suoi coetanei ma combatte i malvagi per salvare la terra. Dal 1963 ne venne tratta una serie animata che ebbe le caratteristiche proprie degli anime e in Italia arrivò negli anni ‘80. Astro Boy può essere considerato il primo anime seriale televisivo e fu anche il primo di un genere che ebbe molto successo in Giappone, soprattutto negli anni ‘70 ed ‘80, quello dedicato ai robot. Gli anime si possono considerare l’evoluzione televisiva o cinematografica dei manga, infatti se un manga ha un grande successo è naturale che abbia una trasposizione in serie animata televisiva o cinematografica. Come grande successo ebbe il filone dei “robottoni”, le serie di cartoni animati che raccontavano le storie di robot che lottavano contro i cattivi. Chi è stato bambino negli anni '80 non può dimenticare le avventure di Goldrake, Grande Mazinga, Mazinga Z o Jeeg Robot d’Acciaio che, ancora oggi, sono serie indimenticabili e di culto per gli appassionati del genere.