AQUAMAN
Titolo
originale: Aquaman Personaggi: Aquaman, Mera, Garth, Aquagirl, Topo Testi:
Mort Weisinger Disegni: Paul Norris Editori: DC Comics
/ Arnoldo Mondadori Editore | Nazione:
Stati Uniti Anno: 1941 Genere: Fumetto supereroi Età
consigliata: Ragazzi dai 6 ai 12 anni |
Aquaman
è il personaggio dei fumetti realizzato nel 1940 dagli
autori Paul Norris (disegnatore) e Mort Weisinger (sceneggiatore),
apparso per la prima volta nel numero 73 del giornale a fumetti
Moore Fun Comics ed in seguito nel Adventure Comics. Aquaman
è figlio del guardiano del faro Tom Curry e di Atlanna,
discendente dell'antico popolo di Atlante, che regna negli
abissi marini. Chiamarono il loro figlio Arthur, che ben presto
si accorse di essere dotato di poteri straordinari a contatto
con il mare. Aquaman ha tutte le caratteristiche del popolo
di Atlantide, che regna nelle profondità dell'oceano.
Può nuotare a delle velocità superiore a quelle
delle navi, comunica con i pesci sfruttando la telepatia ed
è dotato di una forza sovrumana, in grado di competere
con squali e balene. I suoi nemici più agguerriti sono
Black Manta e the Shark, ma nella lotta viene aiutato anche
dai suoi amici: il giovane Aqualand e la bella Aquagirl. Come
Superman, Batman,
Flash e Wonder Woman fa parte
anch'egli della Justice League, che grazie al suo contributo
fornito dalla base marina di News Venice, può fronteggiare
tutte le insidie che provengono dal mare. Nel corso delle
sue avventure Aquaman avrà a che fare con meravigliose
sirene, terrificanti mostri marini e non ultimo l'uomo senza
scrupoli, che non esita ad inquinare i mari e l'ambiente.
Nel 1967 Acquaman divenne una serie a cartoni animati intitolata
Le avventure di Aquaman (The Adventures of Aquaman), prodotta
dagli studi americani della Filmation per un totale di 36
episodi, nella quale troviamo Aquaman che cavalca un enorme
cavalluccio marino. Negli anni 90 il personaggio di Aquaman
è stato rivisitato al punto che non sarebbe più
figlio di Tom Curry, ma di un mago che lo abbandonò
a causa dei suoi capelli biondi.
Attualmente la Warner Bros è alle prese con una produzione
di telefilm su Aquaman, sulla falsa riga del successo ottenuto
con Smallville, infatti i suoi produttori esecutivi sono Miles
Millar e Alfred Gough.
Aquaman:
settantacinque anni tra rilanci, incomprensioni e riscatto

C'è
qualcosa di profondamente affascinante, e forse anche un po'
malinconico, nel percorso editoriale di Aquaman. Parliamo
di un personaggio nato nel 1941, giusto qualche mese dopo
il debutto di Superman e Batman,
che avrebbe dovuto avere tutta la strada spianata per diventare
un'icona indiscussa del fumetto supereroistico americano.
Invece è diventato, per decenni, l'esempio perfetto
di come il pubblico e la cultura pop possano fraintendere
completamente un personaggio, ridurlo a barzelletta, e poi
faticosamente riscoprirlo. Oggi Aquaman è
tornato sotto i riflettori grazie ai film con Jason Momoa,
ma chi mastica fumetti
di Aquaman sa bene che la strada per arrivare fin qui
è stata lunga, tortuosa, piena di false partenze e
di tentativi a volte goffi, a volte geniali, di farlo funzionare.
Ed è proprio questa storia di cadute e rilanci che
rende Aquaman uno dei casi più interessanti nel panorama
DC
Comics, un terreno di sperimentazione narrativa dove si
sono avvicendati autori di primo piano con idee radicalmente
diverse su cosa dovesse essere questo re degli oceani. Non
è stato un percorso lineare, tutt'altro: è stata
una lotta continua per trovare un'identità, per liberarsi
dagli stereotipi della Silver Age, per rispondere alle prese
in giro e per costruire un personaggio credibile, adulto,
tragico quando serviva, epico quando necessario.
Il contesto
editoriale e la genesi di un eroe incompreso

Quando
Mort Weisinger e Paul Norris crearono Aquaman per More Fun
Comics nel novembre del 1941, probabilmente non immaginavano
che stavano partorendo uno dei personaggi più bistrattati
della storia del fumetto americano. All'epoca il personaggio
aveva senso: era un eroe dai poteri esotici, figlio di uno
scienziato che aveva scoperto Atlantide e che gli aveva insegnato
a respirare sott'acqua, a comunicare con le creature marine,
a nuotare a velocità prodigiose. Un concept pulito,
semplice, adatto al contesto dell'epoca dove i supereroi nascevano
come funghi e ognuno aveva il suo dominio tematico. Aquaman
era il re del mare, e in un periodo di guerra mondiale dove
gli U-Boot tedeschi terrorizzavano l'Atlantico, aveva anche
un senso pratico. Il problema è che quella versione
funzionava in un contesto specifico, quello della Golden Age,
e quando quel contesto è cambiato, Aquaman si è
trovato spiazzato.
Durante
la Silver Age, la DC
Comics cercò di modernizzare il personaggio. Gli
diedero un'origine più articolata: Arthur Curry divenne
il figlio di un guardiano del faro e di una regina atlantidea,
un ibrido tra due mondi. Fu introdotta Mera, la sua futura
moglie, una principessa guerriera proveniente da una dimensione
acquatica parallela. Arrivò Aqualad, il suo giovane
partner. Aquaman diventò membro fondatore della Justice
League e per un po' sembrò funzionare. Ma c'era un
problema di fondo: i suoi poteri erano percepiti come limitati.
Mentre Superman
sollevava montagne e Flash correva
più veloce della luce, Aquaman parlava coi pesci. E
questo, nella percezione popolare, lo rendeva ridicolo. Non
aiutava il fatto che la serie animata Super Friends degli
anni Settanta lo avesse trasformato in una macchietta, un
personaggio bonario e un po' inutile che chiamava i delfini
quando serviva aiuto. Quella rappresentazione ha fatto danni
enormi, creando un'immagine pubblica di Aquaman come il supereroe
più debole e irrilevante del gruppo. Per decenni, Aquaman
è stato lo zimbello della cultura pop americana, oggetto
di sketch comici e battute facili.

La vera
svolta arriva negli anni
Novanta, quando la DC decide di affidare il personaggio
a Peter David, uno sceneggiatore con un talento particolare
nel decostruire e ricostruire personaggi considerati di seconda
fascia. David capisce che per far funzionare Aquaman serve
un reset radicale. Non basta raccontare storie più
adulte: bisogna cambiare l'aspetto stesso del personaggio,
dargli un look più duro, più viscerale. E così
nel 1994, con la serie Aquaman volume 5, David ci regala un
Arthur Curry trasformato: capelli lunghi e arruffati, barba
incolta, un uncino al posto della mano sinistra divorata dai
piranha. È un Aquaman incazzato, traumatizzato, borderline.
La perdita della mano non è solo un espediente visivo:
è il simbolo di un personaggio che ha perso tutto,
che è stato mutilato fisicamente e psicologicamente.
David costruisce attorno a lui una mitologia più complessa,
esplorando i Cinque Regni Perduti di Atlantide, trasformandolo
in un re guerriero costretto a navigare tra intrighi politici,
profezie ancestrali e minacce cosmiche. È un Aquaman
che funziona, finalmente, perché è drammatico
senza essere patetico, potente senza essere invincibile, umano
nonostante la sua natura semidivina.
Narrativa
e tematiche: il peso della doppia identità
Una delle
cose che Peter David ha capito meglio di chiunque altro è
che Aquaman non è solo il re di Atlantide: è
un uomo diviso. È figlio di due mondi che non si sopportano,
costretto a mediare tra la superficie e gli abissi, tra l'umanità
che lo guarda con sospetto e gli atlantidei che lo considerano
un mezzo sangue. Questa tensione identitaria è il cuore
narrativo migliore del personaggio. Arthur Curry non può
essere completamente umano, perché respira sott'acqua
e comanda eserciti di creature marine. Ma non può nemmeno
essere completamente atlantideo, perché è cresciuto
sulla terraferma, perché ha vissuto da eroe americano,
perché ha fatto parte della Justice League. È
un outsider in entrambi i contesti, e questa condizione di
estraneità perenne è ciò che rende i
suoi conflitti interni così interessanti.
Nelle
storie migliori, Aquaman non combatte solo contro supercriminali
o invasori alieni: combatte contro se stesso, contro l'impossibilità
di conciliare le sue due nature. Quando regna su Atlantis,
si sente in trappola, soffocato dalle convenzioni e dalle
responsabilità politiche. Quando torna alla superficie,
si sente un re senza regno, un pesce fuor d'acqua in senso
letterale. Questa dialettica è stata esplorata in modi
diversi da vari autori. Rick Veitch, che ha scritto parte
della sesta serie negli anni Duemila, ha provato a spingere
Aquaman verso una dimensione più mistica, più
legata alla magia degli oceani e alle divinità arcaiche
del mare. Il risultato è stato disomogeneo, a tratti
affascinante ma spesso confuso. Kurt Busiek, con Aquaman:
Sword of Atlantis, ha provato un approccio ancora più
radicale: ha fatto sparire Arthur Curry e ha introdotto un
nuovo Aquaman, Arthur Joseph Curry, un ragazzo con poteri
simili ma senza la stessa eredità. Un tentativo coraggioso
ma che non ha convinto, perché privare Aquaman della
sua storia equivale a svuotarlo di senso.
Il tema
della paternità è un altro elemento ricorrente
e doloroso. Arthur Jr., il figlio di Arthur e Mera, viene
assassinato da Black Manta in una delle storyline più
crudeli della Silver Age. Quella morte segna profondamente
il personaggio, distrugge il suo matrimonio con Mera e lo
getta in una spirale di rabbia e depressione. Peter David
ha sfruttato questo trauma come motore narrativo, costruendo
un Aquaman incapace di perdonarsi, ossessionato dall'idea
di proteggere chi ama e paralizzato dalla paura di fallire
di nuovo. La resurrezione del personaggio durante Blackest
Night, dove Arthur torna come Lanterna Nera e cerca di convincere
Mera a seguirlo nell'oltretomba promettendole di riabbracciare
il figlio morto, è una delle sequenze più disturbanti
e toccanti del personaggio. C'è qualcosa di straziante
nel vedere Aquaman, ridotto a non-morto, usare il dolore più
profondo di Mera come arma di manipolazione. È una
scena che funziona proprio perché non è eroica:
è tragica, disperata, umana.
Grafica
e stile: l'evoluzione dello stile grafico di Aquaman
Dal punto
di vista grafico, Aquaman ha attraversato fasi molto diverse,
e non sempre coerenti. Nella Golden e Silver Age il design
era classico, pulito, quasi apollineo: maglia arancione squamata,
pantaloni verdi, capelli biondi corti, fisico atletico da
nuotatore. Un look iconico ma anche un po' ingenuo, molto
legato all'estetica supereroistica anni Cinquanta e Sessanta.
Funzionava per il contesto, ma col tempo è diventato
obsoleto, quasi kitsch. Gli artisti che hanno lavorato sul
personaggio in quegli anni, come Nick Cardy e Jim Aparo, erano
tecnicamente eccellenti: Cardy in particolare aveva un tratto
elegante, dinamico, capace di rendere credibili le scene subacquee
con un uso intelligente delle linee di movimento e delle ombre.
Aparo, invece, aveva uno stile più cupo, più
noir, che anticipava la direzione che il personaggio avrebbe
preso decenni dopo.
Con Peter
David e il disegnatore Jim Calafiore, negli anni
Novanta, il design cambia radicalmente. Aquaman perde
la mano, si fa crescere barba e capelli, abbandona la maglia
arancione per un look più selvaggio: niente più
colori sgargianti, solo pelle nuda coperta parzialmente da
una manica gladiatoria. L'uncino al posto della mano è
brutale, inquietante, un simbolo di violenza subita e di rabbia
repressa. Calafiore ha uno stile ruvido, sporco, con inchiostri
pesanti e un uso massiccio del nero. Le tavole sono dense,
claustrofobiche, spesso ambientate negli abissi dove la luce
non arriva. È un Aquaman che sembra uscito da un film
di John Carpenter, più vicino a Conan il Barbaro che
a un supereroe DC classico. Questo cambio stilistico è
stato divisivo: molti fan della vecchia scuola lo hanno odiato,
trovandolo troppo estremo, troppo lontano dallo spirito originale
del personaggio. Altri, invece, lo hanno amato proprio per
questo, perché finalmente Aquaman sembrava pericoloso,
credibile, adulto.
Con il
rilancio New 52 del 2011, Geoff Johns e Ivan Reis riportano
Aquaman a un design più tradizionale ma aggiornato.
Reis è un disegnatore tecnicamente impeccabile, con
un tratto dettagliato e cinematografico. Le sue tavole sono
spettacolari: composizioni dinamiche, prospettive ardite,
un uso della luce e del colore che rende le scene subacquee
realistiche e mozzafiato. Johns e Reis capiscono che per riabilitare
Aquaman serve farlo sembrare potente, regale, ma anche accessibile.
Così Arthur torna ad avere capelli corti, una maglia
squamata arancione e verde modernizzata, un fisico massiccio
da guerriero. Il tridente diventa un'arma centrale, non solo
un accessorio: è forgiato da Poseidone, è indistruttibile,
può ferire persino Superman.
Reis disegna combattimenti coreografici, sequenze d'azione
fluide dove Aquaman si muove con la grazia di un predatore
marino. Le splash page sono imponenti, con inquadrature dal
basso che lo fanno sembrare un titano. È un Aquaman
che finalmente sembra degno di stare accanto a Wonder
Woman e Batman,
non più il comprimario imbarazzante della Justice League.
Tuttavia,
non tutto funziona sempre. Alcuni artisti che hanno lavorato
su Aquaman nel corso degli anni non sono riusciti a trovare
un equilibrio tra il lato umano e quello mitico del personaggio.
Certe tavole risultano troppo affollate, con troppe creature
marine disegnate in modo caotico, perdendo leggibilità.
Altre volte il ritmo visivo è troppo lento, con pagine
intere dedicate a dialoghi politici tra atlantidei che potrebbero
essere risolte in meno spazio. Il problema è che Aquaman
è difficile da disegnare bene: richiede un artista
capace di rendere credibile l'ambiente sottomarino, di gestire
scene d'azione in tre dimensioni, di bilanciare il fantasy
con il supereroismo. Non tutti ci riescono.
Personaggi
e dinamiche: Arthur, Mera e gli altri
Arthur
Curry è un personaggio complesso, stratificato,
ma anche contraddittorio. È un re che non vuole regnare,
un guerriero che preferisce la pace, un uomo solitario che
ha bisogno di compagnia. Le sue relazioni sono il vero motore
emotivo delle storie migliori. Mera, sua moglie, è
molto più di una spalla femminile: è una guerriera
potente, capace di manipolare l'acqua con poteri idrokinetici
devastanti. Nelle versioni migliori, Mera è il vero
leader di Atlantide, quella che tiene insieme il regno mentre
Arthur si perde nei suoi dubbi esistenziali. Il loro matrimonio
è complicato, segnato dalla perdita del figlio, da
tradimenti reciproci, da incomprensioni profonde. Quando Peter
David fa impazzire Mera di dolore dopo la morte di Arthur
Jr., è un gesto narrativo brutale ma efficace: mostra
quanto quel trauma abbia distrutto entrambi, quanto sia impossibile
per loro andare avanti come se niente fosse.
Aqualad,
nella sua prima incarnazione Garth, è il classico sidekick
alla Robin, fedele e un po' ingenuo. Ma nel corso degli anni
anche lui evolve, diventa Tempest, acquisisce poteri magici,
si distacca da Arthur per trovare la propria identità.
La seconda incarnazione, Jackson Hyde (ispirato al personaggio
Kaldur'ahm della serie animata Young Justice), porta nuova
linfa: è afroamericano, figlio di Black Manta, e questa
eredità crea un conflitto interessante. Jackson deve
scegliere se seguire le orme del padre criminale o quelle
di Aquaman, suo mentore. È una dinamica classica ma
ben gestita, che aggiunge profondità al cast.
Black
Manta è il nemico perfetto per Aquaman: spietato,
ossessionato, motivato da un odio viscerale. Nella versione
originale uccide il figlio di Arthur per vendetta. Nelle versioni
successive diventa ancora più complesso: un uomo che
odia Aquaman perché rappresenta tutto ciò che
lui non può essere, un re amato mentre lui è
solo un mercenario disprezzato. Ocean Master, alias Orm, fratellastro
di Arthur, è un villain più sfumato: non è
malvagio per natura, ma ambizioso, geloso, convinto che Arthur
non meriti il trono di Atlantide. Le loro lotte sono tanto
fisiche quanto psicologiche, battaglie tra due visioni diverse
di cosa significhi essere atlantideo.
I limiti
e le criticità: quando Aquaman non funziona
Non tutto
è oro quello che luccica, e Aquaman ha avuto momenti
davvero bassi. Molte delle serie minori degli anni Ottanta
e Novanta sono state inconcludenti, piene di storyline incompiute,
cambi di direzione narrativa improvvisi, rilanci abortiti.
Aquaman: Sword of Atlantis di Kurt Busiek, pur con buone intenzioni,
è stato un esperimento fallito: eliminare Arthur Curry
per sostituirlo con un ragazzo sconosciuto ha alienato i lettori,
che volevano storie del vero Aquaman, non di un imitatore.
La rivelazione che il nuovo Arthur Joseph era in qualche modo
legato al vecchio Arthur tramite magie arcane è risultata
macchinosa, confusa, un tentativo disperato di dare senso
a una scelta sbagliata.
Alcuni
autori hanno esagerato con la dimensione mistica, trasformando
Aquaman in una sorta di sciamano degli oceani, più
vicino a Doctor Strange che a un supereroe classico. Può
funzionare in dosi limitate, ma quando diventa la norma, il
personaggio perde consistenza. Aquaman è forte quando
è radicato in conflitti politici, familiari, identitari.
Quando vola troppo alto verso il misticismo cosmico, rischia
di diventare incomprensibile.
Anche
a livello grafico ci sono stati scivoloni. Alcuni disegnatori
non hanno saputo gestire le scene subacquee, creando tavole
piatte, prive di profondità. Altri hanno esagerato
con il dettaglio, riempiendo le vignette di pesci, alghe,
bolle, creando un effetto visivo caotico e stancante. Il ritmo
narrativo è stato spesso un problema: troppe pagine
dedicate a dialoghi tra consiglieri atlantidei, troppo poco
spazio per l'azione. Aquaman funziona meglio quando c'è
un equilibrio tra introspezione e spettacolo, ma non tutti
gli autori hanno trovato quel punto di equilibrio.
Impatto
culturale e la lunga strada verso la riabilitazione
Per decenni
Aquaman è stato la barzelletta del mondo supereroico.
I comici americani lo prendevano in giro, i talk show lo usavano
come esempio di supereroe inutile. Anche all'interno della
stessa DC
Comics sembrava che nessuno sapesse bene cosa farne. Ma
qualcosa è cambiato. Prima con Peter David, che ha
dimostrato che il personaggio poteva funzionare se trattato
con serietà. Poi con Geoff Johns, che nel New 52 ha
affrontato di petto la questione, facendo dire ad Aquaman
nelle prime pagine della serie del 2011: "Sì,
lo so che pensate che parlo coi pesci. Ma non è così
che funziona." Johns ha usato la cattiva reputazione
del personaggio come punto di partenza, costruendo una narrazione
dove Arthur deve costantemente dimostrare il suo valore, sia
alla Justice League che al mondo.
Il vero
salto di popolarità è arrivato con i film. Batman
v Superman nel 2016 ha introdotto Jason Momoa come Aquaman,
rompendo completamente con l'iconografia classica: niente
biondo, niente maglia arancione, ma un guerriero polinesiano
tatuato, muscoloso, carismatico. Una scelta audace ma efficace.
Il film Aquaman del 2018 ha incassato oltre un miliardo di
dollari, dimostrando che il personaggio, se trattato bene,
può competere con i giganti Marvel. Momoa ha portato
un'energia nuova, un mix di machismo e autoironia che ha funzionato
con il pubblico generalista. Ovviamente i fan dei fumetti
di Aquaman si sono divisi: c'è chi ha apprezzato
il cambio di tono, chi ha criticato la distanza dalla versione
cartacea. Ma l'impatto culturale è innegabile: oggi
Aquaman non è più uno scherzo, è un franchise
redditizio.
Nel fandom
fumettistico, Aquaman ha sempre avuto una nicchia di sostenitori
fedeli, ma solo negli ultimi anni è diventato rispettabile
parlarne senza dover giustificarsi. Le vendite delle serie
DC Rebirth sono state solide, non ai livelli di Batman
o Wonder
Woman, ma dignitose. Il personaggio ha ritrovato una sua
identità stabile, un equilibrio tra tradizione e innovazione.
Oggi è possibile raccontare storie di Aquaman senza
doverlo reinventare ogni volta, senza doverlo rendere per
forza dark o estremo per farlo sembrare credibile.
Una riflessione
finale senza retorica
Aquaman
è il simbolo perfetto di come un personaggio possa
essere frainteso, ridicolizzato, e poi riscattato. Non è
mai stato facile farlo funzionare: richiede autori coraggiosi,
disposti a sfidare l'ironia popolare, a costruire storie solide
che dimostrino perché questo re degli oceani merita
rispetto. Peter David ci è riuscito negli anni Novanta,
Geoff Johns ci è riuscito nel New 52, e oggi il personaggio
ha finalmente una stabilità che non aveva mai avuto
prima. Non è perfetto, ha ancora limiti narrativi e
stilistici, ma è vivo, è rilevante, è
interessante. E per un eroe che per decenni è stato
considerato il più debole della Justice League, è
già una vittoria notevole. Aquaman non sarà
mai popolare come Superman
o Batman,
ma non ne ha bisogno: ha trovato il suo spazio, la sua voce,
la sua dignità. E per chi ama i fumetti
di Aquaman, seguire questo percorso è stato, ed
è tuttora, un viaggio affascinante.
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