BRACCOBALDO
BAU

Titolo
originale: Huckleberry Hound Personaggi: Braccobaldo Bau Autori:
William Hanna, Joseph Barbera Produzione: Hanna & Barbera Regia:
William Hanna, Joseph Barbera | Nazione:
USA Anno: 1958 Genere: Comico Episodi: 57 Durata:
30 minuti Età consigliata: Bambini dai 0 ai 5 anni |
Dal
1957 Hanna e Barbera abbandonarono la Metro Goldwyn Mayer
e si misero in proprio creando appunto la famosa ditta "Hanna
& Barbera". Da qui ebbero inizio i famossissimi
cartoni animati con i personaggi che tutti noi conosciamo.
Innanzitutto Braccobaldo Bau (Huckleberry Hound
nell'originale americano) è il loro capostipite e
venne creato nel 1959. Braccobaldo è il personaggio
che era solito introdurre tutti i cartoni aniamati della
Hanna e Barbera nel celebre Braccobaldo Show. Sbucava il
suo primo piano da un cerchio di carta e cantava "Ci siete
tutti? Siamo tutti qui e tutti insieme vogliam vedere Braccobaldo
Bau!" . I cartoni animati che venivano trasmessi oltre a
quelli di Braccobaldo erano: Ernesto Sparalesto, Yoghi
e Bubu, Ginxie,
Pixie e Dixie , Autogatto e Mototopo, Tatino e Tatone,
Luca Tortuga, Wally Gator, Leone Svicolone, Napo orso Capo,
Magilla Gorilla e tanti altri. Braccobaldo è
una cane cordiale e di buone maniere che canticchia sempre
la canzoncina "O mia cara, o mia cara, o mia cara Clementina!",
mentre passeggia prima di imbattersi in qualche avventura
(o disavventura). E' sempre molto tranquillo e questo lo
farebbe sembrare un ingenuo, ma in realtà Braccobaldo
è molto furbo e riesce ad avere sempre la lucidità
per trovare la soluzione giusta al momento giusto. E' un
Bracco blu, indossa un cravattino a farfalla al collo e
molto spesso diversi cappellini a paglietta.

Braccobaldo
viene spesso coinvolto in avventure bizzarre dove ha modo
di manifestare tutto il suo buonsenso riuscendo cosi a salvarsi
da parenti, amici e banditi pasticcioni. Fra le varie avventure
di Braccobaldo c'è da ricordare quella che lo vede
alle prese con le termiti che hanno invaso la sua casa e
che lui tenta di scacciale con un getto d'acqua dalla pompa
del suo giardino. Gran parte del successo è legato
anche ai suoi fumetti che per anni è stato letto
da diverse generazioni, sopratutto in america.
Ricordo
ancora il pomeriggio del gennaio 1973 quando, da bambino,
mi ritrovai davanti al televisore di casa uno di
quegli apparecchi pesanti come armadi, con lo schermo convesso
che restituiva immagini fantasmagoriche in bianco e nero.
Mia madre stava stirando, la radio trasmetteva le ultime
di Sanremo, e io aspettavo la "TV dei Ragazzi"
con quella trepidazione che oggi i bambini non conoscono
più. Poi, improvvisamente, comparve lui: un cane
con quegli occhi a mandorla perpetuamente socchiusi, che
canticchiava con voce nasale "O mia cara Clementina"
mentre si apprestava a svolgere l'ennesimo mestiere impossibile
con la flemma di un monaco zen.
Braccobaldo
Bau non assomigliava a nulla che avessimo visto prima. In
un panorama televisivo dominato dai corti cinematografici
di Topolino e Paperino prodotti sontuosi, riccamente
animati, ma pensati per il grande schermo questo
cane apparentemente pigro rappresentava qualcosa di radicalmente
nuovo. Non c'era la frenesia di un Wile E. Coyote, né
la violenza stilizzata di Tom & Jerry. Braccobaldo era
lento, deliberatamente statico, quasi meditativo. Eppure,
proprio quella sua imperturbabilità di fronte ai
disastri più catastrofici costituiva il nucleo del
suo fascino inestinguibile.
Il
segreto del suo carisma risiedeva in un paradosso: in un'epoca
che stava accelerando vertiginosamente l'Italia del
boom economico, della motorizzazione di massa, delle prime
autostrade Braccobaldo rappresentava l'antitesi perfetta.
Era l'uomo comune (o meglio, il cane comune) che affrontava
le sfide della modernità con la pacatezza di chi
sa che, alla fine, sopravvivere con dignità conta
più che vincere. Quando il leone lo rincorreva nella
giungla, quando il cavaliere nero lo disarcionava dal destriero,
quando il grattacielo che stava costruendo gli crollava
addosso, Braccobaldo si rialzava, si spolverava il pelo
blu, e ricominciava a canticchiare.
Quella
resilienza gentile, quell'ottimismo incrollabile non erano
ingenuità: erano filosofia. E noi bambini degli anni
Sessanta che vivevamo in un mondo ancora segnato
dalla guerra, ancora incerto sul proprio futuro lo
capivamo istintivamente. Braccobaldo ci diceva che si poteva
perdere con grazia, che l'importante era rimanere gentili.
In un certo senso, quel cane blu ci insegnava a essere umani
meglio di qualsiasi predicozzo domenicale.
La Rivoluzione Hanna-Barbera: L'Invenzione della TV dei
Ragazzi
Per
comprendere appieno l'importanza storica di Braccobaldo,
dobbiamo fare un passo indietro e analizzare il contesto
che ne permise la nascita. Nel 1957, la Metro-Goldwyn-Mayer
uno degli studios più prestigiosi di Hollywood
decise di chiudere il proprio reparto di animazione.
William Hanna e Joseph Barbera, che per quasi vent'anni
avevano creato i magnifici corti di Tom
& Jerry (vincitori di sette premi Oscar), si ritrovarono
improvvisamente disoccupati. Avevano due opzioni: ritirarsi
in pensione o inventarsi qualcosa di completamente nuovo.
Scelsero
la seconda strada, fondando la Hanna-Barbera Productions.
La loro intuizione fu rivoluzionaria: invece di competere
con i grandi studios sul terreno del cinema, avrebbero conquistato
un medium ancora vergine per l'animazione: la televisione.
Il problema, naturalmente, era di natura economica. Un cortometraggio
cinematografico come quelli di Tom & Jerry costava circa
50.000 dollari e richiedeva tre mesi di lavorazione per
sette minuti di prodotto finito. La televisione, con i suoi
budget risicati e le sue scadenze serrate, rendeva quel
modello produttivo assolutamente insostenibile.
Hanna
e Barbera dovettero quindi inventare un nuovo linguaggio
animato: la cosiddetta limited animation, o animazione
limitata. Il termine, lo ammetto, suona come un eufemismo
per "animazione povera", e in effetti molti puristi
dell'epoca (e ancora oggi) considerano le produzioni Hanna-Barbera
come un tradimento dell'arte animata. Ma questa critica,
pur comprensibile, perde di vista l'aspetto più importante:
Hanna e Barbera non stavano cercando di fare animazione
cinematografica con meno soldi. Stavano inventando un linguaggio
completamente diverso, specificamente pensato per il mezzo
televisivo.
Le
tecniche erano ingegnose quanto necessarie. Innanzitutto,
i personaggi venivano disegnati con colletti, papillon,
cravatte o altri elementi decorativi che separavano visivamente
la testa dal corpo. Questo permetteva agli animatori di
muovere solo la testa su un corpo statico, riducendo drasticamente
il numero di disegni necessari. I fondali erano ciclici:
quando un personaggio correva, non era lui a muoversi attraverso
uno scenario variabile, ma lo stesso fondale che scorreva
ripetutamente alle sue spalle. Le inquadrature privilegiavano
piani ravvicinati sul volto, minimizzando la necessità
di animare l'intero corpo. E soprattutto, la mimica facciale
diventava tutto: occhi che si socchiudevano, sopracciglia
che si inarcavano, bocche che si muovevano in sincronia
con il dialogo mentre il resto del viso rimaneva immobile.
Questa
rivoluzione tecnica aveva conseguenze estetiche profonde.
Se l'animazione cinematografica di Disney o della MGM era
come un balletto fluida, coreografata, ricca di movimento
l'animazione televisiva di Hanna-Barbera era come
il teatro dell'assurdo: statica, basata sul dialogo, costruita
intorno a timing comici perfetti piuttosto che su acrobazie
visive. E Braccobaldo, con la sua immobilità programmatica,
la sua voce lenta e cadenzata, i suoi lunghi silenzi punteggiati
solo da un canticchiare stonato, incarnava perfettamente
questa nuova estetica.
La
scommessa fu presentata nel 1958 ai dirigenti della Kellogg's,
attraverso l'agenzia pubblicitaria Leo Burnett. Joseph Barbera
raccontò anni dopo, con una punta di incredulità
ancora percepibile nella voce, di essersi ritrovato improvvisamente
nel ruolo inedito di venditore: "Per oltre vent'anni
avevo semplicemente realizzato le idee che Bill ed io partorivanno.
All'improvviso ero un venditore, in una stanza con quarantacinque
persone che mi fissavano". Ma la scommessa fu vinta.
Kellogg's finanziò The Huckleberry Hound Show,
che debuttò in syndication il 29 settembre 1958.
Il
formato era innovativo quanto la tecnica: tre segmenti autoconclusivi
da sette minuti ciascuno, intervallati da intermezzi in
cui comparivano tutti i personaggi. Il primo segmento era
sempre dedicato a Braccobaldo, seguito da Pixie,
Dixie e Mr. Jinks (due topolini che puntualmente mettevano
nel sacco il gatto Jinks) e da
Orso Yoghi (Yogi Bear) con la sua spalla Bubu (poi sostituito,
nelle ultime due stagioni, da Ugo
Lupo (Hokey Wolf). Era una struttura antologica che
permetteva varietà narrativa mantenendo costi contenuti,
e soprattutto creava un appuntamento fisso, un rito quotidiano
per milioni di bambini.
Il
successo fu immediato e travolgente. Nel 1960 solo
due anni dopo il debutto The Huckleberry Hound
Show vinse il primo Emmy Award mai assegnato a un programma
d'animazione, legittimando definitivamente il concetto di
cartoni animati prodotti specificamente per la televisione.
L'animazione non era più un'arte esclusivamente cinematografica:
aveva trovato una nuova casa, e quella casa aveva le pareti
di rodovetro dipinte a mano e un cane blu come padrone di
casa.
La Psicologia di Braccobaldo
Cosa
rende Braccobaldo un personaggio immortale? La risposta
non è semplice, perché sotto l'apparente semplicità
del design si nasconde una complessità psicologica
che trascende il target infantile. Braccobaldo è,
essenzialmente, un everyman o meglio, un everydog
che cambia professione in ogni episodio ma mantiene sempre
la stessa identità profonda.
In
un episodio è un cavaliere medievale che deve affrontare
il temibile Cavaliere Nero. Nell'episodio successivo è
un trapper nella foresta canadese che insegue il pericoloso
Powerful Pierre. Poi diventa pompiere, taxista, cow-boy,
agente di Scotland Yard, astronauta, torero. Questa mobilità
professionale che oggi potremmo chiamare "flessibilità
lavorativa" rifletteva inconsciamente le trasformazioni
sociali dell'epoca: il passaggio da un mondo agricolo e
operaio a un'economia dei servizi, la necessità di
reinventarsi continuamente in un mercato del lavoro mutevole.
Ma
ciò che resta costante, al di là del mestiere
contingente, è il carattere di Braccobaldo. E quel
carattere si definisce attraverso tre elementi fondamentali:
la flemma incrollabile, la gentilezza ostinata e l'ottimismo
impermeabile alla sconfitta.
La
flemma di Braccobaldo è leggendaria. Quando il leone
lo insegue nella giungla, lui non corre scompostamente:
trotterella con dignità, fermandosi ogni tanto per
osservare un fiore o canticchiare qualche verso. Quando
l'edificio che sta costruendo crolla, non urla di frustrazione:
si toglie educatamente il casco, osserva le macerie con
interesse quasi antropologico, e ricomincia da capo. Questa
imperturbabilità non è apatia o stupidità
come alcuni critici superficiali hanno sostenuto
ma piuttosto una forma di saggezza stoica. Braccobaldo
sa che il mondo è caotico, che i leoni sono affamati,
che gli edifici crollano. Ma sa anche che arrabbiarsi non
serve a nulla. Meglio canticchiare.
La
gentilezza è il secondo pilastro del suo carattere.
In un'epoca in cui i cartoni animati erano dominati dalla
violenza slapstick martelli in testa, esplosioni,
cadute da dirupi Braccobaldo non è mai cattivo,
mai vendicativo. Quando cattura finalmente il criminale
che inseguiva da tutto l'episodio, gli offre cortesemente
una tazza di tè prima di accompagnarlo in prigione.
Questa gentilezza non è debolezza: è la manifestazione
di una superiorità morale che non ha bisogno di affermarsi
attraverso la sopraffazione. E noi bambini, che crescevamo
in cortili dove il più forte faceva la legge, capivamo
istintivamente che c'era qualcosa di profondamente rivoluzionario
in quel cane che vinceva senza mai alzare le zampe.
L'ottimismo,
infine, è forse l'aspetto più commovente di
Braccobaldo. Non è l'ottimismo ingenuo di chi non
conosce la sconfitta: è l'ottimismo consapevole di
chi ha perso mille volte ma continua a rialzarsi. Dopo ogni
catastrofe, Braccobaldo si rimette il cappello (che sia
un casco da pompiere, un sombrero o un cimiero da cavaliere),
si spolvera la pelliccia blu, e riprende a fare ciò
che stava facendo. Quella ripetizione apparentemente
monotona, in realtà profondamente consolatoria
ci insegnava che il fallimento non è definitivo,
che si può sempre ricominciare, che l'importante
è non perdere mai la capacità di sorridere.
I migliori cartoni animati di Braccobaldo consigliati...
secondo me
Tra
le decine di episodi prodotti nelle quattro stagioni dello
show, alcuni emergono come piccoli capolavori di timing
comico e costruzione narrativa.
Il
mio preferito in assoluto rimane "Braccobaldo a
caccia di leoni" (Lion-Hearted Huck nella versione
originale)" (ottobre 1958), in cui Braccobaldo parte
per l'Africa per catturare un leone. La genialità
dell'episodio sta nell'inversione delle aspettative: non
è il leone a essere primitivo e istintivo, ma è
Braccobaldo. Il leone, al contrario, vive in una caverna
piena di dispositivi moderni telefoni, televisori,
gadget elettronici e mette in atto stratagemmi degni
di un ingegnere aerospaziale per beffare il povero cacciatore.
La
gag finale è memorabile: dopo aver resistito a tutte
le trappole high-tech del leone, Braccobaldo viene sconfitto
da un semplice motorino di avviamento che il leone nasconde
sotto il suo stesso corpo. È una metafora perfetta
della modernità che ci sopraffa: non sono le grandi
sfide a sconfiggerci, ma i piccoli ingranaggi invisibili
della tecnologia quotidiana.
Altrettanto
brillante è "Sir Braccobaldo Bau (Sir
Huckleberry Hound nella versione originale)" (ottobre
1958), episodio medievale in cui Braccobaldo, nelle vesti
di cavaliere errante, deve affrontare il Cavaliere Nero
per salvare una dama in pericolo. La sequenza del duello
è un esempio perfetto di come l'animazione limitata
possa trasformarsi in vantaggio stilistico: le lance che
si spezzano sempre nello stesso modo, i cavalli che si muovono
con meccanicità da giostra, lo scontro finale risolto
con un singolo, goffo colpo di spada. Non c'è la
magnificenza coreografica dei tornei cinematografici, ma
c'è qualcosa di più prezioso: l'umorismo che
nasce dalla ripetizione, dal ritmo, dalla consapevolezza
che stiamo assistendo non a un'epica cavalleresca ma alla
sua parodia affettuosa.
E
poi c'è "L'astuta giubba rossa (Tricky
Trapper nella versione originale)" (ottobre 1958),
ambientato nel Grande Nord canadese, dove Braccobaldo, nei
panni di un agente della Polizia a Cavallo, insegue l'inafferrabile
Powerful Pierre. Pierre che ricorre in diversi episodi
come nemesi ricorrente è un gigante barbuto
che incarna tutti gli stereotipi del "cattivo"
da melodramma: risata tonante, baffi arricciati, arroganza
smisurata. Ma anche qui, la vittoria di Braccobaldo non
arriva attraverso la forza: arriva attraverso l'astuzia
involontaria, attraverso il caso, attraverso quella combinazione
di perseveranza e fortuna che caratterizza le vite di noi
persone comuni.
Quello
che accomuna questi episodi e tutti i migliori della
serie è una struttura narrativa perfettamente
calibrata. Ogni corto di sette minuti segue lo stesso schema:
presentazione della sfida (30 secondi), tre tentativi falliti
di risolverla (due minuti ciascuno), risoluzione finale
imprevista (un minuto). È uno schema antico come
Omero, ma funziona perché il tempo comico è
perfetto. La pausa prima della battuta, il silenzio prima
del crollo, il canticchiare che precede il disastro: sono
momenti calibrati al millisecondo, frutto di decenni di
esperienza nei corti cinematografici trasposta nel nuovo
medium televisivo.
Il
Corredo dei Comprimari
Naturalmente,
Braccobaldo non era solo. La struttura antologica dello
show prevedeva altri due segmenti, e il successo dell'insieme
dipendeva dall'equilibrio tra i diversi personaggi e toni
narrativi. Pixie, Dixie e Mr. Jinks rappresentavano il
versante più anarchico dello show: due topolini (Pixie
con la voce acuta di Don Messick, Dixie con quella più
grave di Daws Butler) che in ogni episodio trovavano un
nuovo modo per mettere nel sacco il gatto Jinks, il quale
parlava con un bizzarro accento newyorkese e si riferiva
costantemente ai topi chiamandoli "meeces" (invece
di "mice").
C'era
una dinamica quasi brechtiana in quella relazione: Jinks
doveva inseguire i topi perché era il suo ruolo
sociale, ma in fondo provava per loro un affetto quasi paterno.
I topi, dal canto loro, non lo temevano davvero: lo prendevano
in giro, certo, ma sempre con quella punta di tenerezza
che tradiva un legame più profondo. Era, in sostanza,
una rappresentazione della lotta di classe svuotata della
sua violenza: padroni e subalterni che giocano a rincorrersi
perché il copione sociale lo richiede, ma che in
fondo potrebbero benissimo sedersi a bere un tè insieme.
E
poi c'era Orso Yoghi (Yogi Bear)
forse il personaggio più famoso nato all'interno
del Braccobaldo Show, tanto da generare una serie propria
già nel 1961. Yogi (la cui voce Daws Butler modellava
su Ed Norton, il personaggio di Art Carney in The Honeymooners)
rappresentava l'americano medio nella sua versione più
consumistica: un orso che passava le giornate a cercare
di rubare i cestini da picnic dei turisti nel parco di Jellystone,
coadiuvato dalla sua spalla Bubu. Ranger Smith, il guardaparco
sempre frustrato, incarnava l'autorità impotente,
quella che vorrebbe imporre ordine ma viene continuamente
beffata dall'astuzia del singolo.
La
popolarità di Yogi che oscurò presto
quella dello stesso Braccobaldo non era casuale.
Yogi era attivo, spregiudicato, sempre alla ricerca del
proprio tornaconto. Era, in un certo senso, l'esatto opposto
del flemmatico Braccobaldo. E forse proprio per questo i
due personaggi funzionavano così bene insieme: offrivano
due modelli comportamentali complementari. Braccobaldo ti
insegnava la pazienza e la resilienza; Yoghi ti insegnava
l'intraprendenza e l'arte dell'arrangiarsi. Insieme, formavano
un manuale di sopravvivenza per il cittadino medio dell'America
(e dell'Italia) del dopoguerra.
Quando
Orso Yoghi (Yogi Bear) ottenne
la sua serie dedicata, venne sostituito nel Braccobaldo
Show da Hokey Wolf, un lupo truffatore che parlava con la
voce di Phil Silvers (l'indimenticabile sergente Bilko)
e cercava costantemente di ingannare contadini e allevatori
per procurarsi cibo gratis. Hokey era accompagnato da Ding-A-Ling,
una volpe più piccola che fungeva da spalla e coscienza
critica. Anche in questo caso, la dinamica era quella della
coppia comica classica: il furbastro e lo stupidino, il
pianificatore e l'esecutore maldestro, il cinico e l'ingenuo.
Era una tradizione che veniva dal vaudeville, dai Marx Brothers,
da Stanlio e Ollio, e che Hanna-Barbera traslarono perfettamente
nel mondo dell'animazione televisiva.
Il Doppiaggio Italiano: Una Voce, un'Anima
Se
Braccobaldo divenne un'icona in America, in Italia raggiunse
lo status di mito. E gran parte di questo successo va attribuito
al doppiaggio italiano, che non si limitò a tradurre
ma reinventò il personaggio adattandolo alla sensibilità
locale.
La
prima voce italiana di Braccobaldo fu quella di Renzo Palmer,
attore e doppiatore di straordinario talento (noto soprattutto
per aver prestato la voce a Woody Allen, Peter Sellers e
molti altri). Palmer comprese istintivamente che la chiave
del personaggio non stava nella fedeltà all'accento
sudista dell'originale incomprensibile per il pubblico
italiano ma nel preservarne la musicalità.
La sua interpretazione era nasale, leggermente monotona,
ma incredibilmente espressiva nella sua apparente piattezza.
Quando Braccobaldo canticchiava "O mia cara Clementina",
Palmer trasformava quella vecchia ballata americana in una
nenia universale, un mantra che accompagnava le disgrazie
quotidiane del protagonista.
La
scelta di "O mia cara Clementina" come leitmotiv
musicale era, di per sé, geniale. La canzone originale
"Oh My Darling, Clementine" è
una folk song americana ottocentesca che racconta la storia
tragica di un minatore e della sua amata Clementine, morta
annegata. È una ballata malinconica, pervasa da un
senso di perdita e nostalgia. Farla canticchiare a un cane
blu impegnato in mestieri assurdi creava un contrasto straniante,
quasi beckettiano: il tragico e il comico si fondevano in
una tonalità emotiva complessa, che superava la semplice
comicità slapstick.
Il
doppiaggio italiano seppe anche rendere più "locale"
alcune battute e situazioni. I riferimenti culturali americani
venivano sostituiti con equivalenti italiani comprensibili
al pubblico. Le gag verbali venivano reinventate per funzionare
in italiano. E soprattutto, i doppiatori riuscivano a riempire
quei lunghi silenzi caratteristici dell'animazione
limitata con respiri, sospiri, borbottii che rendevano
i personaggi incredibilmente vivi nonostante l'immobilità
del disegno.
La
trasmissione italiana del Braccobaldo Show iniziò
il 26 dicembre 1962 sul Programma Nazionale, all'interno
della celeberrima "TV dei Ragazzi". Per milioni
di bambini italiani, Braccobaldo divenne un appuntamento
fisso, un rito pomeridiano atteso con trepidazione. La Rai
trasmise la serie con alcune interruzioni e rimontaggi
degli episodi fino al 1975, segnando l'infanzia di
un'intera generazione.
Negli
anni Ottanta, quando i segmenti sui singoli personaggi vennero
riformattati come serie autonome e trasmessi su televisioni
locali, si rese necessario un ridoppiaggio. Sergio Di Giulio
sostituì Palmer nella voce di Braccobaldo, mantenendo
comunque quella tonalità flemmatica e rassicurante
che ormai era diventata inscindibile dal personaggio. Fa
eccezione Hokey Wolf, i cui segmenti vennero ridoppiati
solo nel 2003 per la trasmissione su Italia 1, testimonianza
della persistente popolarità di questi personaggi
a distanza di mezzo secolo dalla loro creazione.
Il
doppiaggio italiano trasformò Braccobaldo da prodotto
di importazione a patrimonio culturale nazionale. Ancora
oggi, intere generazioni di italiani ricordano quel cane
blu e la sua lenta cantilena, e non lo associano a Hollywood
o alla Kellogg's, ma alle loro camerette, ai pomeriggi dopo
la scuola, a un'epoca in cui la televisione trasmetteva
solo su un canale e quel canale era ancora capace di creare
immaginari condivisi.
Braccobaldo come Icona della Pop Culture
A
distanza di oltre sessant'anni dal suo debutto, Braccobaldo
Bau rimane un simbolo riconoscibile della cultura popolare.
La sua influenza sui cartoni animati successivi è
stata profonda e duratura. Senza Braccobaldo, non avremmo
avuto personaggi come Charlie Brown (che condivide la stessa
melancolia gentile), come Garfield (che ha ereditato la
pigrizia filosofica), come tutti quei protagonisti di sitcom
animate che affrontano la vita con rassegnato ottimismo.
Il
successo commerciale fu immediato e duraturo. Già
nell'ottobre 1958 un mese dopo il debutto televisivo
la Colpix Records pubblicò il primo album
di Braccobaldo, mentre peluche e giochi invasero i negozi
di giocattoli. Nel 1961, la Hanna-Barbera commissionò
i primi costumi mascotte di Braccobaldo, Yogi e Quick Draw
McGraw, che cominciarono a apparire in eventi pubblici in
tutta America, dalla Florida State Fair alle inaugurazioni
di centri commerciali. Era l'inizio di un fenomeno di merchandising
che avrebbe raggiunto l'apice negli anni Settanta con l'apertura
dei parchi a tema Hanna-Barbera.
Ma
al di là del successo commerciale, ciò che
rende Braccobaldo davvero immortale è la sua capacità
di trascendere l'epoca che lo ha generato. In un'era dominata
dalla computer grafica, dall'animazione 3D iperrealistica,
dai budget milionari di Pixar e DreamWorks, quel cane blu
disegnato con quattro linee su un foglio di rodovetro continua
a essere immediatamente riconoscibile e paradossalmente
moderno.
Perché?
Perché Braccobaldo non è mai stato un prodotto
della tecnologia, ma un'idea. L'idea che si possa affrontare
la complessità del mondo con semplicità. L'idea
che la gentilezza non sia debolezza ma forza. L'idea che
perdere con dignità vale più che vincere con
arroganza. Queste idee non invecchiano. Non importa quanto
sofisticata diventi l'animazione: il bisogno di personaggi
che ci rassicurino, che ci insegnino la resilienza, che
ci facciano sorridere con tenerezza invece che con cinismo,
rimane costante.
Nel
2021, la Warner Bros. ha lanciato Jellystone!, una nuova
serie animata che reimmagina tutti i personaggi classici
Hanna-Barbera in chiave contemporanea. In questa versione,
Braccobaldo è diventato il sindaco della città
di Jellystone, mantenendo il suo caratteristico atteggiamento
placido e pacato mentre propone iniziative assurde che seminano
il caos. È un omaggio affettuoso che riconosce la
centralità di quel cane blu nell'immaginario collettivo,
la sua persistente rilevanza culturale.
Un
Pensiero Finale: La Gentilezza come Arma Rivoluzionaria
In
un'epoca come la nostra dominata dall'ansia, dall'aggressività
social, dalla competizione spietata rivisitare Braccobaldo
Bau è un'esperienza quasi terapeutica. Quel cane
flemmatico ci ricorda verità dimenticate: che non
è necessario essere sempre vincenti, sempre produttivi,
sempre performanti. Che si può fallire e ricominciare.
Che la gentilezza non è un lusso per tempi prosperi,
ma una necessità esistenziale per tempi difficili.
Braccobaldo
non era mai aggressivo, mai vendicativo, mai cinico. Era
un esempio di educazione e perseveranza in un mondo che
non lo ricompensava per queste virtù. Eppure continuava,
episodio dopo episodio, a essere esattamente se stesso:
un cane blu che canticchiava stonato e affrontava draghi
con la stessa flemma con cui avrebbe affrontato un elettricista
scortese.
Questa
coerenza morale questa fedeltà a se stesso
nonostante tutto è forse l'insegnamento più
prezioso che quel personaggio ci ha lasciato. In un'epoca
fluida, in cui siamo costantemente invitati a reinventarci,
a "fare personal branding", a ottimizzare ogni
aspetto della nostra esistenza, Braccobaldo ci sussurra
che va bene anche essere semplicemente quello che siamo.
Non servono maschere, non serve ferocia. Basta un po' di
pazienza, un pizzico di ottimismo, e magari una vecchia
ballata da canticchiare mentre le cose vanno inevitabilmente
storte.
Sessantasei
anni dopo il suo debutto televisivo, quel cane blu continua
a insegnarci a vivere. Non male, per un cartone animato
che i critici accusavano di essere "troppo statico".
di
Gianluigi P.
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