3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia, la serie animata della DreamWorks

3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia, la serie animata della DreamWorks

3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia (3Below: Tales of Arcadia nell’originale americano) è una serie di animazione fantascientifica realizzata in computer grafica CGI, prodotta dalla DreamWorks Animation. Si tratta della seconda parte della trilogia de I racconti di Arcadia, ideata da Guillermo del Toro dopo la serie Trollhunters . 3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia è stata annunciata il 12 dicembre 2017 da Netflix e DreamWorks. Il 5 ottobre 2018 è stata rivelata la data della prima trasmissione ed è stato trasmesso il primo trailer. La prima stagione di 13 episodi è stata trasmessa il 21 dicembre 2018 su Netflix. La seconda e ultima stagione è stata presentata in anteprima il 12 luglio 2019. La terza e ultima puntata de I racconti di Arcadia è intitolata Wizards, ed è uscita nel 2019.

La storia di 3 in mezzo a noi: i racconti di Arcadia

Due fratelli extraterrestri, la principessa Aja e il principe Krel di House Tarron, il loro animale domestico doglike di nome Luug, e la loro guardia del corpo, Varvatos Vex, fuggono dal loro pianeta natale di Akiridion-5 e si schiantano sulla terra, in particolare nella città di Arcadia in California Oaks. Gli alieni si adattano alla cultura umana e provano a riparare la loro astronave (oltre a ripristinare i loro genitori quasi morti, il re Fialkov e la regina Coranda) per tornare e riprendere Akiridion-5, che viene attualmente occupato dall’usurpatore malvagio, noto come il generale Val Morando. Questi ha già inviato una squadra di cacciatori di taglie intergalattici, chiamata Zeron Brotherhood, per trovare e catturare il principe e la principessa. Allo stesso tempo, un nobile protettore di Akiridion-5, di nome Zadra, va a cercare un modo per fermare il braccio armato di Val Morando e trovare il nascondiglio di Aja e Krel.

Recensione di 3 in mezzo a noi: i racconti di Arcadia

La prima inquadratura di 3Below: Tales of Arcadia non mostra astronavi o battaglie spaziali. Mostra due adolescenti che cercano di sembrare normali. Aja e Krel Tarron, principi di Akiridion-5, indossano forme umane generate da un’intelligenza artificiale datata, con abiti che ricordano un catalogo Sears degli anni Cinquanta. Stanno in piedi davanti a una scuola superiore californiana, rigidi come manichini. È un’immagine grottesca, deliberatamente scomoda. E in quel disagio c’è tutta la chiave di lettura dell’opera: 3Below non è una serie sui robot lucenti o sulle guerre galattiche. È una serie sull’esilio, sul non appartenere, sul terrore di essere scoperti. Guillermo del Toro ha costruito la seconda parte della sua trilogia arcadiana non come un’espansione del lore fantasy di Trollhunters, ma come un racconto di formazione travestito da science fiction. La CGI della DreamWorks non cerca il fotorealismo: sceglie volontariamente una texture cartoonesca, quasi plastica, che rende i personaggi alieni ancora più estranei al mondo che li circonda. Quella texture non è un limite tecnico. È una dichiarazione d’intenti.

Il design dei personaggi akiridiani nella loro forma originale – corpi traslucidi, pulsanti di luce blu elettrica, geometrie impossibili – contrasta violentemente con la banalità suburbana di Arcadia Oaks. Quando Aja e Krel camminano per i corridoi della scuola, la telecamera indugia sui loro passi innaturali, sui gesti troppo rigidi. Non sono eroi spaziali. Sono profughi che cercano di non farsi notare. E questo è esattamente il punto: 3Below parla di immigrazione senza mai pronunciare la parola. Parla di quello che succede quando chi fugge da un colpo di stato deve nascondersi tra chi non lo vuole. La serie non spiega mai questo parallelo. Lo mostra, fotogramma dopo fotogramma, in ogni sguardo sospettoso dei compagni di classe, in ogni telecamera di sorveglianza che indugia sui protagonisti, in ogni frase del colonnello Kubritz che parla di “minaccia aliena” con il tono di chi giustifica una retata.

L’Architettura Narrativa

3Below eredita da Trollhunters la struttura seriale, ma la svuota della mitologia arturiana per sostituirla con un impianto narrativo che deve più ai thriller politici che al fantasy adolescenziale. La scelta di Guillermo del Toro, Rodrigo Blaas e Marc Guggenheim (showrunner con esperienza in produzioni DC e Marvel) è quella di costruire un doppio registro: da un lato, la commedia scolastica teen; dall’altro, una trama di spionaggio e fuga che ricorda i film di fantapolitica degli anni Settanta. Questo doppio binario non è sempre fluido. Alcuni episodi della prima stagione si perdono in gag slapstick (l’episodio del corso di guida, ad esempio) che rallentano il ritmo senza aggiungere profondità. Ma quando la serie trova il suo equilibrio – e lo trova soprattutto nella seconda stagione – il pacing diventa serrato, quasi ansioso.

La DreamWorks Animation, a differenza di altri studi che puntano su episodi autoconclusivi, sceglie qui un arco narrativo continuo. Ogni episodio lascia domande aperte, ogni scena di chiusura è un cliffhanger mascherato. Non è un caso: 3Below è stata concepita per essere divorata in binge-watching, non per essere consumata settimanalmente. Questo cambia radicalmente il modo in cui la scrittura gestisce le informazioni. I colpi di scena – il tradimento di Varvatos Vex, la vera identità di Birdie, l’arrivo di Zadra – non vengono costruiti con lunghe anticipazioni. Arrivano secchi, brutali, perché lo spettatore deve sentire lo stesso spaesamento dei protagonisti. È una scelta rischiosa, che in alcuni momenti sacrifica la costruzione emotiva sull’altare della sorpresa. Ma è anche una scelta coerente con il tema centrale: Aja e Krel non hanno tempo di elaborare i traumi. Devono solo sopravvivere.

Il meccanismo di scrittura più interessante è quello della “sovrapposizione narrativa”. 3Below si svolge contemporaneamente agli eventi della terza stagione di Trollhunters, e alcuni episodi – come “Lightning in a Bottle” o “D’aja Vu” – mostrano gli stessi eventi da prospettive diverse. Questo non è un semplice easter egg per i fan. È un modo per costruire un universo narrativo stratificato, dove il punto di vista conta. Quando Aja e Krel aiutano Jim Lake Jr. a catturare un fulmine in bottiglia, non sanno che stanno partecipando a una battaglia contro Gunmar. Per loro, è solo un altro giorno da profughi che cercano di non farsi notare. Questa scelta – mostrare l’epica fantasy come sfondo indistinto della quotidianità aliena – ribalta l’architettura narrativa classica della serie animata per ragazzi. L’eroe non è più al centro del mondo. È solo uno dei tanti che cercano di sopravviverci.

Il mondo-building è minimale, quasi chirurgico. A differenza di Trollhunters, che costruisce un intero ecosistema sotterraneo, 3Below non ci mostra mai Akiridion-5 se non in brevi flashback. La casa reale, il colpo di stato di Morando, la resistenza di Zadra: tutto è raccontato per frammenti, mai spiegato completamente. Questo crea un senso di perdita permanente. Aja e Krel non possono tornare a casa perché casa non esiste più. Non è stata distrutta: è stata occupata. E questa occupazione – il generale Morando che si siede sul trono, che riscrive la storia, che trasforma i sudditi in schiavi – è descritta con una durezza inaspettata per una serie classificata come “per ragazzi dai 6 ai 12 anni”. Guggenheim e del Toro non edulcorano il colpo di stato. Lo chiamano per nome. E quando, nell’episodio finale della seconda stagione, i genitori di Aja e Krel si sacrificano per fermare Morando, la serie non offre consolazioni facili. Il ritorno a casa è possibile, ma al prezzo di tutto quello che era casa.

I Personaggi: Molto più che Semplici Archetipi

L’Evoluzione Psicologica del Protagonista

Aja Tarron è l’archetipo della principessa guerriera, ma con una frattura interna che la rende imprevedibile. Doppiata da Tatiana Maslany nell’originale (attrice nota per Orphan Black, dove interpreta una dozzina di cloni con personalità distinte) e da Emanuela Ionica nella versione italiana, Aja porta con sé il peso della responsabilità monarchica senza averne mai voluto l’onere. La sua evoluzione psicologica non segue la traiettoria classica della “principessa che diventa regina”. Aja non vuole essere regina. Vuole essere libera. Il suo trauma non è la perdita del trono: è la perdita della scelta. Quando nella prima stagione si innamora di Steve Palchuk – il classico jock americano, bullo redento – la serie rischia di cadere nella trappola del romance adolescenziale. Ma la scrittura è più sottile di così: Steve rappresenta per Aja la possibilità di una vita senza protocollo, senza guardie del corpo, senza destini scritti. È un amore costruito sulla proiezione, non sulla conoscenza. E quando, nell’ultima puntata, Aja sceglie di tornare su Akiridion-5 come regina, non lo fa per senso del dovere. Lo fa perché ha capito che la libertà non è sottrarsi alle responsabilità, ma scegliere di accettarle.

La chiave del personaggio sta in un dettaglio tecnico: il design della sua forma umana. Aja si trasforma in una ragazza bionda, atletica, perfetta secondo gli standard estetici californiani. Ma quella perfezione è artificiale, costruita da un database degli anni Cinquanta. E Aja lo sa. Ogni volta che si guarda allo specchio, vede una maschera. Questo sdoppiamento – essere una cosa e sembrarne un’altra – è il nucleo del suo conflitto identitario. Non è un caso che i momenti più intensi del personaggio avvengano quando la maschera cade: quando combatte nella sua forma akiridiana, quando urla contro Vex per il tradimento, quando piange per i genitori morenti. In quei momenti, Aja non è più una principessa. È solo una ragazza che ha paura.

Lo Specchio dell’Antagonista

Il generale Val Morando, doppiato da Alon Aboutboul, non è un tiranno carismatico. È un burocrate del terrore. La sua filosofia non è quella della conquista gloriosa, ma quella dell’efficienza autoritaria. Morando non vuole distruggere Akiridion-5: vuole trasformarla in una macchina da guerra intergalattica. E per farlo, non ha bisogno di eserciti fedeli. Ha bisogno di soldati robot, gli Omen, che non possono disertare, non possono dubitare, non possono tradire. Questa scelta – sostituire i vivi con i morti meccanici – è un commento lucido sulla logica del potere totalitario. Morando non odia Aja e Krel perché sono nemici. Li odia perché sono simboli di un’epoca dove il potere doveva ancora giustificarsi. La monarchia dei Tarron, per quanto imperfetta, aveva ancora bisogno del consenso. La dittatura di Morando no.

Il personaggio funziona perché non è mai completamente spiegato. Non sappiamo cosa lo abbia spinto al colpo di stato. Non sappiamo se ha una famiglia, un passato, un motivo oltre l’ambizione. E questa opacità è deliberata: Morando è il potere come astrazione, non come persona. Quando alla fine viene sconfitto, non c’è catarsi. C’è solo sollievo. Perché Morando non era un nemico da redimere. Era un sistema da disattivare.

Le Spalle e il Mondo Circostante

Krel Tarron è il vero cuore emotivo della serie, e questo è un ribaltamento narrativo interessante. Doppiato da Diego Luna (la cui voce porta con sé tutto il peso del Cassian Andor di Rogue One), Krel è il principe che non vuole essere principe. È un genio scientifico, presuntuoso e fragile, che detesta la Terra e tutto quello che rappresenta. La sua evoluzione è opposta a quella di Aja: mentre lei impara ad accettare il suo destino, lui impara a rifiutarlo. Quando alla fine decide di rimanere sulla Terra invece che tornare su Akiridion-5, non è una scelta sentimentale. È una scelta politica. Krel capisce che non può essere re. E invece di fingere, sceglie l’esilio volontario.

Varvatos Vex, doppiato da Nick Offerman con una voce che sembra scavata nella roccia, è il personaggio più tragico della serie. Il suo tradimento – aver permesso a Morando di entrare nel palazzo reale – non è mai giustificato da ambizione o rancore. È il risultato di un ricatto: Morando ha minacciato di uccidere la famiglia di Vex. E Vex ha ceduto. La serie non lo assolve, ma non lo condanna nemmeno. Lo mostra per quello che è: un uomo spezzato che cerca di ricostruire un’onorabilità perduta. Il suo arco narrativo – dalla caduta all’esilio, dalla prigionia alla redenzione – è scritto con una severità che ricorda le tragedie greche. Vex non può tornare indietro. Può solo andare avanti, portandosi dietro il peso di quello che ha fatto.

Tecnica, Colore e Suono: L’Esperienza Sensoriale

3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia
3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia

La CGI di 3Below è volutamente “sporca”. A differenza delle produzioni Pixar, che puntano su texture fotorealistiche e illuminazione naturalistica, la DreamWorks sceglie qui un approccio più stilizzato. Le superfici hanno una consistenza plastica, quasi giocattolo. I colori sono saturi, innaturali. Questa scelta non è casuale: serve a creare distanza. Arcadia Oaks non è mai del tutto reale. È sempre un po’ surreale, un po’ da cartone animato. E questo permette alla serie di inserire elementi fantascientifici estremi – astronavi che si trasformano in case, robot che si spacciano per genitori, battaglie con cacciatori di taglie intergalattici – senza rompere la sospensione dell’incredulità.

La palette cromatica dominante è il blu elettrico degli akiridiani, che contrasta con i toni caldi e terrosi di Arcadia. Questo contrasto non è solo estetico: è semantico. Il blu rappresenta l’alieno, il freddo, il tecnologico. Il marrone-arancio della California rappresenta il calore, l’organico, il familiare. E quando i due mondi si scontrano – come nella battaglia finale della seconda stagione, dove le astronavi di Morando invadono la città – la palette si fonde in un caos visivo che riflette il caos narrativo.

La colonna sonora di Jeff Danna (compositore noto per le sue collaborazioni con Mychael Danna su film come Life of Pi) lavora per sottrazione. Non ci sono temi eroici roboanti. Non ci sono fanfare trionfali. La musica di 3Below è minimalista, quasi elettronica, con pulsazioni ritmiche che ricordano i synth degli anni Ottanta. La sigla d’apertura, prodotta dai Crystal Method, è un pezzo drum’n’bass frenetico che stabilisce subito il tono: questa non è una serie contemplativa. È una serie d’azione, di fuga, di paranoia. E la musica lo riflette, con un’urgenza costante che non dà mai tregua.

Il Caso Italiano: Adattamento, Memoria e Identità Culturale

Varvatos Vex

Il doppiaggio italiano di 3Below, come spesso accade con le produzioni Netflix, è stato realizzato con tempi strettissimi per permettere una distribuzione simultanea a livello globale. Il risultato è tecnicamente solido – direzione di Marco Mete – ma con alcune scelte discutibili. Emanuela Ionica (Aja) porta una grinta che funziona, ma manca la vulnerabilità sottile di Tatiana Maslany. Alex Polidori (Krel) è efficace nella resa dell’arroganza adolescenziale, ma Diego Luna aveva una malinconia che qui si perde. Il vero problema, però, è Ambrogio Colombo (Vex): la sua voce è troppo pulita, troppo “da doppiatore classico”. Nick Offerman aveva una ruvidezza, una stanchezza che rendeva Vex un guerriero consumato. Colombo lo rende un generale cartoonesco.

La scelta più interessante – e problematica – riguarda la sigla. In Italia, Netflix ha mantenuto la sigla originale dei Crystal Method, senza creare un adattamento italiano. Questo rompe con una tradizione lunga decenni: dall’epoca di Goldrake a quella di One Piece, l’animazione straniera in Italia è sempre stata accompagnata da sigle italiane, spesso più memorabili degli originali. La mancanza di una sigla italiana per 3Below segna un cambio generazionale: la nostalgia per le sigle di Cristina D’Avena o Giorgio Vanni non riguarda più il pubblico target di Netflix. E questo ha creato una frattura nella memoria collettiva: 3Below è percepito come “meno italiano” rispetto a Trollhunters, pur essendo stato distribuito con le stesse modalità.

Non ci sono state censure significative nell’adattamento, ma alcune battute sono state ammorbidite. Ad esempio, la frase di Vex “I will crush your skull and drink from it” è stata tradotta con un generico “Ti distruggerò”, perdendo la violenza viscerale dell’originale. Questo non è necessariamente un male – 3Below è classificata per un pubblico giovane – ma cambia la percezione del personaggio. Nell’originale, Vex è un guerriero brutale che cerca di controllarsi. Nella versione italiana, è semplicemente un guerriero.

Il merchandising di 3Below in Italia è stato quasi inesistente, a differenza di Trollhunters. Questo riflette un problema più ampio: Netflix non ha investito nella costruzione di un culto locale. Non ci sono stati eventi, proiezioni in anteprima, collaborazioni con scuole o festival di animazione. 3Below è arrivato, è stato consumato, e poi è scomparso. E questo è un peccato, perché una serie che parla di immigrazione e identità avrebbe avuto molto da dire al pubblico italiano, se solo fosse stata presentata come tale.

Eredità Critica: Perché parlarne ancora oggi?

3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia
3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia

3Below: Tales of Arcadia non ha creato un genere, ma ha dimostrato che l’animazione per ragazzi può essere politica senza essere didascalica. La serie ha un difetto strutturale: cerca di fare troppo in troppo poco tempo. Ventisei episodi non bastano a sviluppare tutti gli archi narrativi che Guggenheim e del Toro avevano in mente. Alcuni personaggi – come Stuart o Zadra – rimangono sottoutilizzati. Alcune trame – come quella della Fratellanza di Zeron – si risolvono troppo in fretta. Ma questo non cancella il valore di quello che 3Below ha tentato di fare: usare la fantascienza non come escapismo, ma come specchio deformante del presente.

Quando oggi parliamo di rappresentazione dell’immigrazione nei media per ragazzi, 3Below dovrebbe essere citato più spesso. Non perché sia perfetto, ma perché ha avuto il coraggio di non nascondersi dietro allegorie ambigue. Aja e Krel sono profughi. Il colonnello Kubritz è la paranoia xenofoba istituzionalizzata. E la città di Arcadia è il campo di battaglia dove queste forze si scontrano. La serie non offre soluzioni facili. Non dice che “basta conoscersi per andare d’accordo”. Dice che l’integrazione è dolorosa, che richiede sacrifici da entrambe le parti, e che non sempre funziona.

Se 3Below verrà ricordato, non sarà per le battaglie spaziali o per il design dei robot. Verrà ricordato per quella scena, nell’ultimo episodio, dove Krel sceglie di rimanere sulla Terra. Non perché ama questo pianeta. Ma perché ha imparato che casa non è un luogo. È una scelta. E questa è una lezione che vale molto di più di qualsiasi effetto speciale.

Titolo originale: 3Below: Tales of Arcadia
Personaggi:
 Aja Tarron, Krel Tarron, Varvatos Vex, Nave Madre, Luug, Eli Pepperjack, Steve Palchuk, Zadra
Autore: Guillermo del Toro
Produzione: DreamWorks Animations
Nazione: Stati Uniti

Anno: 21 dicembre 2018
Trasmesso in italia: 21 dicembre 2018
Genere: Avventura, fantasy
Episodi: 26
Durata: 23 minuti
Età consigliata: Ragazzi dai 6 ai 12 anni

Disegni da colorare di Trollhunters 
Trollhunters: I racconti di Arcadia

Gianluigi Piludu

Autore di articoli, illustratore e grafico del sito www.cartonionline.com